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Conviviale con il Prof. Duccio Balestracci

by Presidente on

Conviviale di Giovedì 7 Febbraio

“GIOCHI DI PIAZZA. GIOSTRE, BATTAGLIOLE E PALII NELL’ITALIA FRA MEDIOEVO E RINASCIMENTO”

 

Duccio Balestracci (classe 1949) è professore ordinario di Storia medievale presso il dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali dell’Università di Siena dove insegna Storia Medievale, Civiltà Medievali, Storia della Protoglobalizzazione. Con i suoi studi ha analizzato temi di storia della città, delle sue istituzioni (Il potere e la parola, Protagon, Siena-Firenze 2011), dell’utilizzo e del governo delle acque in età preindustriale, delle rappresentazioni mentali. Ha studiato la costruzione dell’identità europea in età medievale (Ai confini dell’Europa medievale, Bruno Mondadori, Milano 2008) e nazionale nell’Italia dell’Ottocento (Medioevo e Risorgimento. L’invenzione dell’identità italiana nell’Ottocento, il Mulino, Bologna 2015). Ha lavorato sulla storia delle classi subalterne, dell’alfabetizzazione (Cilastro che sapeva leggere, Pacini, Pisa 2004), della guerra (Le armi, i cavalli, l’oro, Laterza, Roma-Bari, 2009), del confronto fra culture (Terre ignote strana gente, Laterza, Roma-Bari 2008), della festa (La festa in armi. Giostre, tornei e giochi del Medioevo, Laterza, Roma-Bari 2001).

Tra i principali ambiti di ricerca di Balestracci sono i confronti fra culture, le rappresentazioni mentali all’interno delle civiltà medievali e l’”uso” del Medioevo in contesti moderni. I suoi più recenti progetti di ricerca – e Balestracci ne ha data una dimostrazione proprio nella conviviale del 7 febbraio – comprendono proprio l’”uso” della storia medievale nella costruzione dell’identità unitaria italiana.

Le città italiane, fra Medioevo ed età moderna, presentavano un colorito e variegato panorama di feste di piazza, in parte derivanti dagli esercizi militari degli eserciti comunali (poi trasformatisi in giochi), in parte frutto dell’ostentazione militare-cavalleresca degli aristocratici, in parte espressione del gusto per il gioco di affrontamento, che – come ben hanno chiarito gli antropologi – si esprimeva in una rivalità rituale e simbolica, ad esito della quale non c’erano il rancore e l’inimicizia, ma, al contrario, la riaffermazione del rapporto di gruppo e del senso di identità. Quando lo scrittore senese quattrocentesco che va sotto il nome (inventato) di Gentile Sermini, a conclusione del suo racconto di un “gioco delle pugna” nella Siena del primo ‘400, ricorda che quelli che sembrano nemici giurati, mentre si affrontano, in realtà nella vita sono e rimangono “fratelli ed amici”, sintetizza nel modo più autentico la sostanza di queste feste e di questi giochi, che, sotto l’ aspetto della ruvida violenza, esprimono contenuti di solidarietà e di identità.

Coloro che ai giorni nostri (e sono in tanti) intendono riproporre queste attività che oggi definiremmo ludiche – ha avvertito l’oratore – dovrebbero conoscere bene ciò che avveniva nei secoli in questione, sia per riproporre, per quanto oggi possibile in modo credibile, le vicende di allora, sia per evitare di organizzare o partecipare ad eventi che sono, dal punto di vista rievocativo, non fondati su evidenze storiche.

In passato, ogni torneo e ogni giostra rappresentavano la valvola di sfogo per una gioventù turbolenta, pericolosamente armata fino ai denti, spesso vogliosa di mettere in mostra la propria grandezza familiare e che, quando non aveva una guerra vera da combattere, doveva pur dar prova della sola cosa che sapeva fare: menare le mani. Il torneo, le pugna, le sassaiole, insomma tutte le tante forme di gioco di affrontamento, erano una vera e propria scuola di guerra, utilissima per sperimentare nuove tecniche di combattimento e nuove tattiche. Lo era anche il nostro Palio, parente stretto delle giostre più antiche.

Nel complesso di feste che caratterizzava la vita delle città medievali, nell’area centro-settentrionale il Palio costituiva un appuntamento classico che coinvolgeva tutta la popolazione. Il Palio si correva ovunque, nelle grandi comunità come nelle terre più piccole, e i motivi per organizzare una corsa di cavalli (ma anche di asini o di bufale) potevano essere i più disparati: la festa del santo patrono della città o di una corporazione; le feste del Carnevale; un avvenimento che segnava la vita della collettività e che si voleva perpetuare nella memoria. Dal punto di vista quantitativo, la motivazione principale per la corsa del Palio era quella legata ad una festività santorale. Ma ai motivi religiosi si affiancavano non di rado anche quelli civici o esplicitamente politici. Palcoscenici, nel medioevo, erano la strada e la piazza. Palcoscenici su cui andavano in scena, continuativamente lungo l’arco dell’anno, rappresentazioni, feste, tornei, cortei e processioni.

Curioso, coinvolgente e informatissimo, Balestracci ha affascinato i Rotariani presenti al Garden, dipingendo diversi scenari medievali: il tumulto delle armature, i cavalieri che entrano nel campo, le corse di cavalli, le tauromachie, le pugna, le battagliole, le sassate, le gare come la “quintana”, descrivendo i segreti delle “feste in armi” del Medioevo e suscitando riflessioni negli ascoltatori.

L’oratore ha accennato a tante giostre tratteggiando un panorama che copriva tutta l’Italia e che faceva di questi giochi una cifra dell’identità nazionale, con caratteristiche articolate, ma con una “geografia” della feste e del gioco che andava dalla Sicilia all’Italia settentrionale. Attraverso la descrizione di giostre urbane, di giochi di affrontamento, di battagliole (alcune anche pericolosissime come le sassate a Perugia contro le quali si sgolavano inutilmente predicatori, ecclesiastici e santi), di corse di cavalli (il palio, che – come si è detto – esisteva in tutte le città) e di gare podistiche (alcune anche inconsuete: di prostitute o di servi, ma tutte improntate con l’obbiettivo di una riconciliazione sociale – per un giorno almeno – nell’ambito della festa), Balestracci ha presentato un quadro generale che poi sarà assunto come cifra identitaria dell’Italia unificata di fresco a metà dell’Ottocento, quando vi fu bisogno di inventare i tessuti connettivi che potevano fare da denominatori comuni per un Paese che, di identità, ne aveva avute, fino a quel momento, tante e tutte diverse l’una dall’altra. La festa medievale, da quel momento in poi – ha affermato Balestracci –, entrò, si può dire, a far parte del pantheon dei soggetti che hanno fatto l’Italia.

Al termine della vivace relazione non sono mancati gli applausi, segno che i grandi spettacoli medievali per noi Senesi rappresentano un mondo veramente affascinante, specialmente se fatto di cavalieri, di sfide, di Contrade e di cavalli.

                                        

 

 

 

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