Dall’ Istruttore

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Orgoglio e Amicizia

by Presidente on

IMG_4728Carlo Ughi ha iniziato il suo intervento mettendo in evidenza quale sia il ruolo dell’Istruttore, ruolo che si esplica non tanto, od almeno non solo, verso i soci, quanto piuttosto nei confronti del Presidente e della dirigenza, in una stretta collaborazione nel creare programmi che rafforzino il Club.

Fatta questa premessa, Ughi ha riconosciuto di non aver nulla da “insegnare” ai soci che essi già non sappiano e di cui non siano già consapevoli, essendo stati scelti, tra tanti, come soggetti in possesso di quelle qualità morali e caratteriali proprie di chi è chiamato a far parte del Rotary. In tale ottica, Carlo ha ribadito la necessità di responsabilizzare al massimo i soci presentatori, invitandoli ad effettuare con le massime cura ed attenzione la scelta delle possibili nuove immissioni, perché è sulla qualità e sulle motivazioni delle risorse umane che si regge qualsiasi tipo di organizzazione strutturata.

Ughi propone alcuni spunti di riflessione da dibattere insieme, in questa od altre opportunità che gli verranno date, partendo dal presupposto che ciascuno debba guardare dentro di sé quali siano le motivazioni che invece lo fanno rimanere legato al Rotary. Per quanto lo riguarda, due sono principalmente le ragioni: “l’orgoglio dell’appartenenza” e “l’amicizia”.

Orgoglio di appartenere ad una Associazione che, creata nel lontano 1905 a Chicago da un pugno di galantuomini benpensanti, ha saputo non sopravvivere, ma crescere nel tempo e nel mondo per i valori che diffonde: integrità morale, valori etici, rispetto delle regole, disponibilità ad impegnarsi attivamente nel sociale, tolleranza, che coinvolgono, condizionano, indirizzano vita e azioni rotariane. Oggi il Rotary annovera 1.200.000 soci, con 34.600 Club che coprono otre 200 tra Nazione ed Aree territoriali.

Siamo stati i primi a credere nella necessità di rendere disponibili per la comunità le nostre capacità umane e professionali, non in una ottica di sterile filantropia fine, ma progettando ed aiutando a realizzare progetti. Siamo i più capaci non per insulsa autocelebrazione, ma perché ce lo riconoscono le più accreditate organizzazioni umanitarie mondiali che chiedono la nostra collaborazione al fine di conseguire risultati ben maggiori di quelli che ciascuna otterrebbe se agisse individualmente.

L’orgoglio dell’appartenenza deriva perciò dalla oggettiva considerazione di essere un ingranaggio, per quanto piccolo possa apparire, inserito in un complesso meccanismo di volontari che operano, in uno slancio di vitalità globale, nella tutela della salute (contrastando con successo il diffondersi della poliomelite, ma anche della malaria e dell’AIDS, della dissenteria per utilizzo di acque infette…), della lotta alla morte per malnutrizione in particolare di mamme e bambini, all’analfabetismo di base, alla povertà ed alla ricerca della pace.

Il secondo aspetto approfondito da Ughi è stato il tema dell’amicizia che, nel nostro consesso – ha detto il relatore –, dovrebbe avere un valore aggiunto per il conseguimento di ogni fine comune, questo non solo all’interno del proprio Club ma anche nei rapporti con le analoghe realtà con cui è dato di rapportarsi. Il nostro Istruttore ha ricordato che, perseguendo la voglia di “amicizia rotariana” così intesa, nel proprio anno di presidenza ha contribuito a far nascere uno spirito di effettiva collaborazione in campo operativo con gli altri Club del Raggruppamento Toscana 2, realizzando un comune impegnativo progetto a tutela dei bambini e delle mamme di un villaggio nel Mali e coinvolgendo finanziariamente, in occasione del consueto incontro biennale, i Club gemellati di Walheim e Valance nel progetto volto alla ricostruzione dell’Università dell’Aquila, distrutta dal terremoto. Concludendo – ha esclamato Ughi – ciascun rotariano sia orgoglioso non perché si “sente” utile, ma perché “è” utile!

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Facile ‘dirsi’ rotariani, più difficile esserlo veramente. Ce lo ha ricordato il nostro istruttore di Club, Arturo Turillazzi (foto) nel corso del Caminetto del 23 ottobre scorso. Una chiacchierata che l’amico Arturo ha svolto davanti a numerosi soci, con il suo inconfondibile stile: sempre con il sorriso sulle labbra, mai dando l’impressione di parlare ex cathedra bensì con il cuore di chi vuole bene al Rotary e l’esperienza di chi l’ha lungamente ‘navigato’.

Arturo è partito da quello che è (dovrebbe) essere un patrimonio comune: il senso di appartenenza ad una associazione, in questo caso il Rotary, che vuol dire soprattutto condivisione di idee, valori, tradizioni. Un sentimento che lentamente deve radicarsi dentro di noi con il trascorrere degli anni ed è una naturale evoluzione dell’orgoglio che tutti abbiamo conosciuto quando siamo stati cooptati nel Rotary del quale però non ne conoscevamo ancora lo spirito profondo.

Ma essere rotariani- ci ha esortato Arturo- vuol dire anche mettere in discussione ogni giorno , meglio verificare ogni giorno, la qualità del rapporto tra noi ed il nostro Club, tra noi e gli altri Soci. Un rapporto che si basa sulla semplicità (‘le complicazioni allontanano i soci poco volenterosi”), sulla chiarezza e la trasparenza dei nostri comportamenti, sulla capacità di evitare di porre questioni di principio che normalmente , se si radicalizzano, non aiutano la comprensione reciproca.

E poi un’esortazione: <Rifiutiamo di sopravvivere nel Rotary>: un chiaro invito a farci parte attiva del Club, crescendo nella nostra permanente formazione rotariana per essere sempre più efficaci ed efficienti nella nostra azione di singoli e di collettività, affrontando la vita di club con forza, speranza e rigore facendo quanto ci viene richiesto <perché vogliamo farlo e non perché dobbiamo farlo>.

E se qualche volta, può capitare è capitato tutti, nel nostro essere rotariani si insinua il dubbio e l’insicurezza, il nostro Istruttore ci ha ricordato tre principi fondamentali: tolleranza, rettitudine e coerenza, tre ‘àncore’ che possono rendere sicure il nostro navigare nel l’infinito mare rotariano.